Nuovi e vecchi mutualismi

FB_IMG_1524088781477

(Potete leggere questo articolo anche su ComuneInfo. Nuovi e Vecchi Mutualismi

“Sembra una notte, una lunga notte, l’attacco feroce del capitalismo alla nostra società. La crisi morde e prova a disgregare e isolare i piccoli gruppi, provando a far credere come il problema sia il singolo. Davanti a queste difficoltà vogliamo ripartire dal sociale e dal tessuto sociale in cui siamo immersi”. Il convegno “Mutualismo, Pratiche, Conflitto, Autogestione”, che si è svolto a Roma il 7 e 8 aprile, si apre con questa premessa. A parlare è Gaia, attivista di Scup (Sport e Cultura Popolare); lo spazio sociale che ospita l’iniziativa e ha collaborato all’organizzazione dell’evento insieme a FuoriMercato, Edizioni Alegre, Rivista Gli Asini, Communia.

Siamo nel Municipio VII, a pochi passi da Piazza San Giovanni in Laterano e dal quartiere Pigneto. In questo week end riscaldato dal primo sole primaverile, almeno trecento persone provenienti da ogni parte di Italia si sono incontrate per condividere le esperienze mutualistiche cominciate durante questi dieci anni di crisi. Un decennio duro, costellato da governi tecnici e precarietà, diktat e disoccupazione, che non è bastato a fermare la voglia di contrastare i duri tagli inflitti al welfare dalle politiche neoliberiste. Così realtà contadine, spazi sociali, sportelli di mutuo soccorso, reti per l’economia solidale ed esperimenti di inclusione fra migranti e non, nati dal basso, hanno partecipato alla due giorni di discussioni, tavoli di lavoro e plenaria sul tema del mutualismo. Un momento di incontro e confronto molto importante, dove chi da tempo porta avanti il “far da sé” ha deciso di respirare “questa boccata di ossigeno”- come le giornate verranno ripetutamente definite – e accogliere la sfida: creare una concreta alternativa al sistema capitalista e, collettivamente, scrivere un manifesto del mutualismo e per l’autogestione.

20180407_190017-768x576

Uno strumento per ricostruire

Parlare di mutualismo può apparire anacronistico. Eppure, non è affatto così. C’è “una cassetta degli attrezzi nel movimento operaio dell’800”: il mutualismo conflittuale. “Questo, uscendo dalla concezione borghese e abbandonando le radici migliorative – spiega Salvatore Cannavò (Edizioni Alegre) – e legandosi alla resistenza sposando la solidarietà di classe”. Tornare al mutualismo non significa riprendere un ciclo storico ormai concluso. “Vuol dire ripartire dal nostro agire quotidiano – continua ancora Cannavò – senza dimenticare di non doverci sostituire allo Stato: rischieremmo di consegnarci mani e piedi all’assistenzialismo”. Durante il 1800, si sviluppa il concetto di “solidarietà”; un’ideologia definita da Stefano Rodotà come “una nuova rappresentazione del sociale e del politico, che rimodula le forme di intervento pubbliche nel settore sociale”. Fu un tassello necessario allo sviluppo del mutualismo conflittuale. Il movimento dei fasci siciliani “nato su tre presupposti: solidarietà, ricostruzione e crisi – ricorda la professoressa Manuela Patti – le leghe, le case del popolo, le camere del lavoro vengono annoverati fra i principali esempi di mutuo soccorso realizzati in quel periodo. Esperienze, poi, costrette a subire una battuta di arresto per via della Grande Guerra, del Fascismo e della prima Repubblica. Epoche in cui qualunque forma di associazionismo subisce una forte repressione ma il mutualismo, definito dallo storico Carlo De Maria (Rivista Clionet) “come l’anima profonda della democrazia”, trova un rinnovato impulso a partire dal ’68, dal Concilio Vaticano II e dagli anni ’70. Le lotte femministe e per la conquista dei diritti civili, i gruppi di solidarietà internazionale (attuali Ong) appartengono a quei momenti storici che videro gli individui unirsi per raggiungere scopi specifici. Con la crisi dei partiti politici italiani degli anni ’80, altre aggregazioni imboccheranno nuove strade e cammineranno secondo diverse modalità di impegno collettivo e politico. “Oggi la pratica dell’autonomia è uno strumento che ci può essere utile. Autonomia per associarsi, cooperare, sperimentare e migliorarsi pur facendo i conti e talvolta scontrandosi con le strettoie del presente”, conclude De Maria.

Davanti alle complicazioni del nostro quotidiano, il mutualismo si pone una domanda: come possono, le pratiche mutualistiche attivate nei vari progetti, trasformare la società? Un interrogativo, questo, capace di porre sul tavolo una serie di questioni altrettanto rilevanti all’interno delle realtà autogestite. Alcune interessano la ricomposizione di quello che alcuni chiamano un movimento di classe – la classe esiste ma è disgregata -, il lavoro, il conflitto sociale, i rapporti di genere e quelli fra nativi e migranti. Il mutualismo è trasversale e la sua “genealogia femminista” lo dimostra. Ricordando le lotte per l’emancipazione femminile avvenuta nel corso dei secoli, Marie Moise (ricercatrice) aggiunge: “Le subalterne hanno risposto a questo sistema di sfruttamento, che qui è compreso non solo a partire da un’asimmetrica divisione sociale del lavoro, ma anche sessuale e razziale”. Per comprendere quanto ancora sia attuale tale assunto, basta guardare al recente movimento Non Una Di Meno. Al grido “siamo marea”, migliaia di donne hanno riempito le piazze di tutto il mondo contro le violenze e le discriminazioni di genere, molto spesso intrecciate al razzismo e alla mancanza di politiche sociali e lavorative eque. E, in effetti, le battaglie contro lo sfruttamento lavorativo e la rivendicazione di una società più giusta ed equa possibile, non lasciano nessuna intersezione fuori dallo schema dell’agire mutualistico.

Che fare?

Volgendo con uno sguardo al passato è facile notare quanto il mutualismo non sia qualcosa da realizzare partendo da zero. Esiste già. Stimolanti spunti vengono offerti anche dalle esperienze internazionali del Soc (Sindacato Andaluso che all’interno delle sue lotte sindacali non ha accolto solo i l’intervento dello stesso, particolarmente preziosi si sono rivelati i racconti sulle realtà di Marinaleda, Somonte, Cerro y Libertad); del Movimento dei Sem Terra e dell’Association Pour L’Autogestion in Francia. Questi esperimenti dimostrano come sia possibile percorrere un’altra strada. la cui segnaletica porta il nome di mutuo soccorso, solidarietà, cooperazione, riappropriazione e autogestione.

20180407_185529-768x576

“Cambiare il mondo appare difficile. Forse è meglio crearne uno nuovo” esordisce Giovanni di Mondeggi Bene-Comune Fattoria senza Padroni mentre cita Emiliano Zapata e racconta la storia della tenuta fiorentina. A Mondeggi, sulle colline di Firenze, la difesa per un bene comune (un’antica villa fattoria) ha dato modo ai cittadini e alle cittadine di Bagno a Ripoli (città metropolitana di Firenze) la possibilità di dare vita a un vero laboratorio di democrazia diretta e di autogestione. Così, attorno al tema della terra come fonte di relazioni umane e di cibo, è nata una comunità diffusa.

E un altro passo in avanti per cambiare il mondo è stato fatto anche altrove lungo il nostro stivale. Non solo sui colli fiorentini. Lo vediamo nella fabbrica recuperata Ri-Maflow, attorno a cui si è creta una rete economica sociale e rurale (csa, cucine popolari, produzione culturale, gas). E ancora nel lavoro coi migranti svolto dalla Legal Clinic di Roma Tre, di cui durante il convengo Enrica Rigo (docente universitaria e responsabile del progetto) ha illustrato il lavoro. Nel lavoro bracciantile di coloro che giungono in Italia e nativi di Sfruttazero, Sos Rosarno e nei tanti progetti in cui si rivendicano paghe secondo le tariffe salariali previste e il rispetto per la dignità umana; fin troppe volte calpestata nelle campagne italiane. Il cambiamento esiste nell’impegno durante le emergenze (e non solo) delle Brigate di Solidarietà Attiva; negli sportelli legali, nelle nuove forme di sindacalismo. E in FuoriMercato, descritta da Gigi Malabarba come “una rete sostenibile che vuole essere sia ecologica, che sociale e parta dal cibo per creare nuove relazioni sociali. Una rete che sia in grado di organizzare e combinare lotte sindacali e autorganizzate in tutti i campi della nostra società”.

“Tenere la brace accesa”

Se il convegno di aprile ha permesso la conoscenza fra realtà magari fra loro sconosciute e la possibilità di ampliare i ragionamenti attorno alle idee mutualistiche, ora occorre non fermarsi. A partire dalla due giorni, organizzatori e partecipanti hanno individuato quali potrebbero essere le prossime tappe.

La prima guarda alla crescita del mutualismo a partire dai territori. Città e campagna si impegneranno a usare le proprie pratiche per allargare le reti e coordinare realtà diverse, permettendo lo sviluppo delle reti e delle relazioni sui territori. Questa direzione dovrà oltrepassare le differenze spesso identitarie; molte volte paragonabili a barriere utili soltanto a rallentare formazione di movimenti unitari. La seconda proposta, invece, riguarda la sopra citata stesura di un “Manifesto del mutualismo e dell’autogestione” con cui – prendendo spunto dal Manifesto di Genuino Clandestino e dalla Dichiarazione per Uso Civico di Mondegg i- si possa dare maggiore forza ai movimenti che lavorano per l’autodeterminazione dei territori e si oppongono ogni giorno alla grandi opere e agli scempi ambientali; e difendendo e autogestendo i beni comuni. Le prime righe di questo insieme di intenti (il manifesto),destinate a non restare solo teoriche, verranno scritte a partire dalla tre giorni di Genuino Clandestino (27- 29 Aprile, Mondeggi Bene Comune). Un altro appuntamento è previsto a Bologna, all’iniziativa “Vuoti a prendere”, organizzato dal Comitato per la difesa delle Esperienze Sociali (Casa del popolo 20 Pietre, 12 maggio). Da qui, la possibilità di presentare questo iniziale lavoro di nuovo a Mondeggi, durante i tre giorni per il festeggiamento del quarto compleanno della Fattoria senza Padroni.

Ultimo, ma non per questo meno importante obiettivo, è la continuità dei gruppi di lavoro attraverso siti web da usare come strumenti informativi e piattaforme di scambio concreto fra prodotti e servizi; incontri di formazione sui temi affrontati durante il convegno.

Un lungo lavoro per costruire legami concreti è appena iniziato. Un’utopia, adesso, è possibile.

 

Santiago, il Gas e Mondeggi

Questo articolo compare su Comune-info. Pubblicato il 21 marzo 2018 (https://comune-info.net/2018/03/santiago-gas-mondeggi-ribellarsi/)
La nascita di un Gruppo di acquisto solidale, in tempi di mercificazione e austerity, resta una buona notizia. Quando il Gas viene promosso da alcuni spazi sociali in una città ferita come Roma, sceglie di chiamarsi Gas Santiago Maldonado e comincia subito a camminare insieme a un’esperienza straordinaria come la fattoria senza padroni Mondeggi bene comune, appare evidente che l’arte di resistere e creare un mondo nuovo continua a essere coltivata in molti modi. Scrivono i “Maldonado”: “Vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni…”. Ci vediamo al Tufello

di Alessia Manzi

“Lontano dai ritmi alienanti della frenesia cittadina, vogliamo che questo luogo diventi uno spazio di condivisione e in cui trascorrere del tempo tutti e tutte insieme. Crediamo che il compito del nostro Gas non sia solo quello di offrire un servizio al territorio ma crei, invece, un luogo di riflessione e dibattito sulle buone pratiche legate al consumo critico e ai modi alternativi di vivere e rapportarsi. Di mangiare. Un gesto quotidiano, divenuto di routine e compiuto quasi senza pensarci”. È una fredda e uggiosa domenica romana. L’inverno è agli sgoccioli ma al centro sociale La Torre il grigiore della giornata viene spazzato via dalla grinta del Gas Santiago Maldonado e dai suoi messaggi di presentazione. Nato solo qualche mese fa dall’unione di tre noti spazi sociali – Brancaleone, Astra e La Torre -, il nuovo Gruppo di acquisto solidale dedicato alla memoria del giovane argentino scomparso dopo aver lottato al fianco del popolo Mapuche contro gli interessi della Benetton, mostra avere le idee ben chiare del lavoro da svolgere sul territorio romano.

“Sebbene il culto del cibo sano e biologico domini buona parte del mercato alimentare e delle discussioni mainstream, l’etichetta ‘bio’ non sempre è sinonimo di cibi provenienti dalla filiera corta e del rispetto verso il lavoro contadino – spiegano quelli del Gas in un flyer – Dietro a un pomodoro maturato al sole delle campagne foggiane o di un’arancia raccolta nella Piana di Gioia Tauro, tante volte ci sono storie di sfruttamento. Anche per questo vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni”. E su questi intrecci, i “Maldonado” hanno presentato il loro primo evento. A narrare la propria esperienza di Tierra y Libertad è stata invitata Mondeggi Bene Comune, la Fattoria senza Padroni che si trova sulle colline a sud di Firenze.

Mondeggi: dalla riqualificazione della villa-fattoria alla comunità diffusa

In questi quattro anni di attività, cittadini e studentesse, lavoratrici e contadini – come sanno bene i lettori di Comune -, hanno riportato in vita l’antica villa fattoria di Mondeggi; che negli anni Sessanta la Provincia di Firenze aveva convertito nell’azienda agricola a partecipazione pubblica “Mondeggi&Lappeggi srl”. Nel 2009, però, dopo una cattiva gestione, la società ha dichiarato il fallimento e l’intero patrimonio è stato messo all’asta. Sull’intera tenuta è calato il sipario tirato nuovamente su solo nel 2012, quando sull’onda della campagna “Terra Bene Comune” – lanciata dalla rete Genuino Clandestino in opposizione all’articolo 66 del Decreto Monti (che vorrebbe ripagare i debiti statali vendendo il patrimonio agricolo pubblico – per Mondeggi si è aperta una nuova stagione. “Verso Mondeggi Bene Comune” è il nome del comitato che decide di dare forma a una prima idea di recupero agricolo dell’intera tenuta seguendo i canoni dell’agricoltura contadina e biologica. Semine e raccolte collettive, un incontro nazionale sui beni comuni portano centinaia di persone alla tenuta.

A questo primo, grande, straordinario passo se ne aggiunge uno successivo. È un caldo fine settimana alla fine di giugno del 2014, quando circa venti persone decidono di stabilirsi nei casali della fattoria come “presidio contadino permanente”. Mondeggi Bene Comune comincia il proprio lungo e splendido cammino (leggi anche Una comunità straordinaria).

“Durante questi anni di lavoro siamo riusciti a riportare in produzione quasi il 63 per cento dei duecento ettari degli appezzamenti agricoli. La terra ci restituisce molti prodotti che distribuiamo presso il nostro spaccio, il circuito dei gas e dei mercati contadini ottenendo dei proventi con cui è stato possibile sistemare le quattro strade comunali e fare dei lavori di manutenzione alle abitazioni”, racconta Antonio, uno dei ragazzi del progetto invitato al centro sociale La Torre per descrivere cosa sia Mondeggi.

Buona parte dei terreni sono infatti stati destinati alla coltura dell’orzo e del grano, poi trasformati rispettivamente in birra e pane. Su altri poderi ci sono un frutteto, degli orti, lo zafferano e si producono anche miele e prodotti erboristici. L’attività agricola più importante, però, è il Mo.Ta. (Mondeggi Terreni Autogestiti). “Almeno trecento persone partecipano all’assemblea del Mo.Ta e si occupano delle particelle di oliveta loro affidate. In questo modo non solo è stato possibile salvare diverse piante di olivo, ma si è creata una partecipazione attiva alla vita della tenuta – prosegue Antonio – Se oggi Mondeggi esiste e resiste come comunità, il merito è soprattutto delle persone che attraversano questo luogo sentendosene parte. Senza la gente non avremmo fatto niente e la terra- questo ci teniamo a ricordarlo- è di tutti quelli che vogliono coltivarla”.

Ma come ogni sogno in grado di poter restituire una realtà “bella e rivoluzionaria”, c’è sempre qualche incubo pronto a disturbarlo. “Le istituzioni continuano a non voler riconoscere la nostra comunità”- prosegue il giovane attivista -e da mesi cercano in ogni modo di farci terra bruciata attorno. Da qualche tempo poi, la città metropolitana sta raccogliendo delle manifestazioni di interesse per creare un bando ad hoc per l’asta. Ma noi non ci arrendiamo. Da gennaio stiamo organizzando incontri e assemblee pubbliche presso le case del popolo e i circoli della di Firenze. Qui stiamo incontrando la popolazione, invitandola a partecipare alle lezioni libere e gratuite della Scuola Contadina (che si svolgono collaborando anche l’università del capoluogo toscano) – , al Mo.Ta. e a proporre idee che vorrebbero realizzare. Perché senza la gente non si fa niente!”. Al momento, infatti, cinque sono le risposte giunte all’amministrazione fiorentina per un ipotetico acquisto della tenuta: l’azienda vinicola Chianti Ruffino; un privato cittadino; la comunità di Mondeggi Bene Comune; My Group, una società operante nel settore finanziario in sostegno alle imprese; BI Consulting, una società di costruzioni e investimenti immobiliari. Soggetto più accreditato pare sia proprio la Chianti Ruffino, che punterebbe all’agriturismo. Insomma, date le premesse e la tipologia degli acquirenti Mondeggi, come bene comune, sarebbe destinato a sparire; portando via con sé il modello di socialità e partecipazione civica e politica fino ad ora sperimentato.

Difendiamo Mondeggi, difendiamo le esperienze contadine

Mondeggi rappresenta un’esperienza agricola di autogestione, riqualificazione e mutuo soccorso unica. È un esperimento di gestione civica partito dal basso e attento, quindi, a i bisogni della collettività; quale unico soggetto in grado di decidere e agire sul proprio territorio. Seguendo le tracce dell’Ex Asilo Filangieri di Napoli e il Complesso di Montevergini di Palermo – realtà autogestite e formalmente riconosciute dalle rispettive amministrazioni locali -, la Fattoria Senza Padroni ha redatto la “Dichiarazione per la gestione civica di un bene comune”, più volte presentata a una città metropolitana sorda e interessata solo a eventuali proposte speculative. Oltre duecento persone fra ricercatori, giuristi e studiosi anno sottoscritto l’appello promosso da alcuni accademici affinché questo laboratorio di democrazia diretta prosegua lungo la sua strada: sicuramente distante dalla via della speculazione. “Mondeggi è un esempio da conoscere e ripetere in giro per l’Italia, supportandola in ogni modo”, dicono dal Gas Maldonado, che proprio in questi giorni si occupa della distribuzione della melata prodotta nella campagna toscana.

Per ritirare i cibi biologici e genuini provenienti da Mondeggi Bene Comune e da altre realtà contadine presso il “Maldonado”, basta creare il proprio account collegandosi al sito biosolidale.it e recarsi presso il centro sociale Astra in via Capraia 19 (Tufello) dalle 13 alle 19 ogni venerdì.

Per maggiori dettagli, invece, si può scrivere una mail a: gasmaldonado@autistici.org e cliccare “mi piace” sulla pagina facebook.

A Mondeggi, invece, aspettano chiunque abbia voglia di approfondire, imparare o avvicinarsi all’agricoltura per la prima volta con gli incontri della Scuola Contadina. E poi, tutti e tutte al corteo del prossimo 28 aprile quando, durante la tre giorni di Genuino Clandestino, si scenderà per le strade di Firenze a gridare che Mondeggi non è in vendita!

A Camilla la spesa è autogestita

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 21 giugno 2018 sull’inserto “L’Extraterrestre” de Il Manifesto (https://ilmanifesto.it/a-camilla-la-spesa-e-autogestita/)

Reportage. A Bologna nasce il primo market d’Italia dove la grande distribuzione è assente e il consumatore è anche socio-lavoratore

di Alessia Manzi

2106-pg10-f01

E’ il 1973. Negli Usa e nel resto della società occidentale, il sistema capitalistico avanza senza freni. Un gruppo di persone residenti a Brooklyn, famoso quartiere di New York, immagina di aprire un negozio di alimentari in cui i clienti siano allo stesso tempo i proprietari. Qualche turno di lavoro ogni quattro settimane, un risparmio sul prezzo dei prodotti diventano le premesse per un’idea rivoluzionaria: costruire un supermercato alternativo. Più di quarant’anni dopo, The Park Slope Food Coop non è più solo una scommessa ma una cooperativa solidale sostenuta da 17 mila adesioni. Sempre fedele alla propria mission iniziale – «buon cibo a basso costo per i soci lavoratori» – il progetto americano riesce addirittura ad attraversare l’Oceano e ad approdare in Europa.

NEGLI ULTIMI ANNI, complice la crisi sociale ed economica, la formula di Food Coop viene adottata da decine di botteghe presenti in Francia e in Belgio.«Abbiamo guardato con interesse all’esperienza statunitense e anche a La Chouette di Toulouse e alla Bees Coop di Bruxelles. E quindi ci siamo detti: perché non provare? Potrebbe funzionare anche in Italia! E così, nell’attesa di diventare operativi, il prossimo 21 giugno (oggi, nda) taglieremo un primo importante traguardo: firmeremo l’atto di costituzione della cooperativa!» Giovanni Notarangelo è fra i 50 soci fondatori di Camilla. Si tratta del primo emporio italiano di comunità che su proposta di Campi Aperti – associazione per la sovranità alimentare – e del gruppo di acquisto solidale Alchemilla, aprirà in autunno a Bologna.
«Camilla è il frutto di un percorso lungo un anno, costruito attraverso dei tavoli tematici chiamati Cantieri». La progettazione dell’emporio si è sviluppata attraverso cinque gruppi di lavoro (organizzazione, comunicazione, diamo i numeri, produzioni e la buona compagnia), che sono seguiti all’elaborazione della Carta dei principi e degli intenti sottoscritta lo scorso settembre. I contenuti del documento tracciano nettamente la differenza fra l’emporio e un supermercato. Camilla, infatti, non si pone alcuno scopo di lucro ma è una comunità di ricerca delle nuove economie; ispirata all’autodeterminazione alimentare dei popoli e in sostegno all’agricoltura contadina e biologica. «Nell’emporio verranno distribuiti beni di consumo provenienti dalla filiera corta, da realtà sorte per contrastare esperienze di sfruttamento nelle campagne del Sud Italia o prodotti collocati nelle reti del commercio equo solidale. Sugli scaffali della bottega saranno sicuramente presenti le arance di Sos Rosarno e il Ri- Moncello ottenuto con i limoni della Piana di Gioia Tauro, lavorati nella fabbrica recuperata di Ri-Maflow a Milano. O ancora, il caffè verde Tatawelo importato dalle comunità zapatiste del Chiapas».

UN EMPORIO DI COMUNITÀ, NON UN MARKET. Secondo l’ultima indagine portata avanti dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel 2013, il 72% dei prodotti di uso comune è veicolato dalla Grande Distribuzione Organizzata. A partire dagli anni ’80, le catene della distribuzione hanno monopolizzato le filiere alimentari, trasformandole in monocolture e in produzioni industriali. Tutto ciò ha comportato gravi conseguenze: dal danno economico subito dal produttore non allineato ai protocolli della Gdo, fino alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro; a cui si è aggiunto il deturpamento ambientale dovuto alle colture intensive. Un altro risvolto negativo della medaglia è stato l’impoverimento culturale del consumatore medio attorno all’acquisto del cibo; ormai abituato a comprare una confezione di pomodori senza chiedersi quale percorso abbiano affrontato prima di essere esposti nel reparto ortofrutta. Dieci anni dopo, allo scopo di criticare l’attuale stile consumistico e illustrandone il grave impatto sull’ambiente, in Italia prendono forma i Gruppi di acquisto solidale. I Gas accorciano la filiera fra contadini locali e consumatori, favorendo la compravendita di un ottimo cibo biologico rispetto allo stesso invece distribuito in un supermercato. Ma i costi sono più elevati. In una ricerca portata avanti dall’Osservatorio Cores dell’Università di Bergamo sui Gas attivi in Lombardia, a causa dei bassi stipendi solo il 4,4% degli operai e il 2,7% dei disoccupati rientra fra i gassisti.

«Camilla sarà un luogo in cui si proveranno a superare i limiti legati al funzionamento dei Gas e alla distribuzione commerciale dei prodotti nei mercati contadini. Uno spazio dove ognuno potrà sentirsi parte di una comunità e in cui anche chi non dispone di un reddito economico elevato potrà accedere al consumo di cibo genuino e biologico». Come funzionerà? Alla fine del 1800, le società di mutuo soccorso si fondano su solidarietà e cooperazione. Insieme all’autorganizzazione, l’emporio di comunità assume quegli stessi valori. Secondo il patto sociale di autogestione, ogni socio svolge le attività necessarie al funzionamento della cooperativa a titolo gratuito (tre ore di lavoro al mese) e versa una quota di 125 euro per formare il capitale sociale. Per favorire la partecipazione dei soggetti economicamente svantaggiati, la somma potrà essere rateizzata. L’autogestione della bottega su base mutualistica ha intenzione di proporre un’alternativa al rapporto tra lavoro retribuito e lavoro volontario. Chi si impegna in una delle mansioni a scelta della cooperativa ottiene gratificazioni relazionali e personali. Ma anche economiche, poiché il prezzo dei prodotti scende grazie a questo meccanismo. «Nonostante Camilla sia sostenuta da 420 adesioni, non smetteremo di coinvolgere nuove persone in questo progetto», dice Giovanni. E conclude: «Ci auguriamo come l’esempio dell’emporio autogestito possa essere ben presto imitato da altre esperienze sparse lungo lo Stivale. E se questo accadrà, noi saremo ben lieti di offrire il nostro sostegno».