Santiago, il Gas e Mondeggi

Questo articolo compare su Comune-info. Pubblicato il 21 marzo 2018 (https://comune-info.net/2018/03/santiago-gas-mondeggi-ribellarsi/)
La nascita di un Gruppo di acquisto solidale, in tempi di mercificazione e austerity, resta una buona notizia. Quando il Gas viene promosso da alcuni spazi sociali in una città ferita come Roma, sceglie di chiamarsi Gas Santiago Maldonado e comincia subito a camminare insieme a un’esperienza straordinaria come la fattoria senza padroni Mondeggi bene comune, appare evidente che l’arte di resistere e creare un mondo nuovo continua a essere coltivata in molti modi. Scrivono i “Maldonado”: “Vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni…”. Ci vediamo al Tufello

di Alessia Manzi

“Lontano dai ritmi alienanti della frenesia cittadina, vogliamo che questo luogo diventi uno spazio di condivisione e in cui trascorrere del tempo tutti e tutte insieme. Crediamo che il compito del nostro Gas non sia solo quello di offrire un servizio al territorio ma crei, invece, un luogo di riflessione e dibattito sulle buone pratiche legate al consumo critico e ai modi alternativi di vivere e rapportarsi. Di mangiare. Un gesto quotidiano, divenuto di routine e compiuto quasi senza pensarci”. È una fredda e uggiosa domenica romana. L’inverno è agli sgoccioli ma al centro sociale La Torre il grigiore della giornata viene spazzato via dalla grinta del Gas Santiago Maldonado e dai suoi messaggi di presentazione. Nato solo qualche mese fa dall’unione di tre noti spazi sociali – Brancaleone, Astra e La Torre -, il nuovo Gruppo di acquisto solidale dedicato alla memoria del giovane argentino scomparso dopo aver lottato al fianco del popolo Mapuche contro gli interessi della Benetton, mostra avere le idee ben chiare del lavoro da svolgere sul territorio romano.

“Sebbene il culto del cibo sano e biologico domini buona parte del mercato alimentare e delle discussioni mainstream, l’etichetta ‘bio’ non sempre è sinonimo di cibi provenienti dalla filiera corta e del rispetto verso il lavoro contadino – spiegano quelli del Gas in un flyer – Dietro a un pomodoro maturato al sole delle campagne foggiane o di un’arancia raccolta nella Piana di Gioia Tauro, tante volte ci sono storie di sfruttamento. Anche per questo vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni”. E su questi intrecci, i “Maldonado” hanno presentato il loro primo evento. A narrare la propria esperienza di Tierra y Libertad è stata invitata Mondeggi Bene Comune, la Fattoria senza Padroni che si trova sulle colline a sud di Firenze.

Mondeggi: dalla riqualificazione della villa-fattoria alla comunità diffusa

In questi quattro anni di attività, cittadini e studentesse, lavoratrici e contadini – come sanno bene i lettori di Comune -, hanno riportato in vita l’antica villa fattoria di Mondeggi; che negli anni Sessanta la Provincia di Firenze aveva convertito nell’azienda agricola a partecipazione pubblica “Mondeggi&Lappeggi srl”. Nel 2009, però, dopo una cattiva gestione, la società ha dichiarato il fallimento e l’intero patrimonio è stato messo all’asta. Sull’intera tenuta è calato il sipario tirato nuovamente su solo nel 2012, quando sull’onda della campagna “Terra Bene Comune” – lanciata dalla rete Genuino Clandestino in opposizione all’articolo 66 del Decreto Monti (che vorrebbe ripagare i debiti statali vendendo il patrimonio agricolo pubblico – per Mondeggi si è aperta una nuova stagione. “Verso Mondeggi Bene Comune” è il nome del comitato che decide di dare forma a una prima idea di recupero agricolo dell’intera tenuta seguendo i canoni dell’agricoltura contadina e biologica. Semine e raccolte collettive, un incontro nazionale sui beni comuni portano centinaia di persone alla tenuta.

A questo primo, grande, straordinario passo se ne aggiunge uno successivo. È un caldo fine settimana alla fine di giugno del 2014, quando circa venti persone decidono di stabilirsi nei casali della fattoria come “presidio contadino permanente”. Mondeggi Bene Comune comincia il proprio lungo e splendido cammino (leggi anche Una comunità straordinaria).

“Durante questi anni di lavoro siamo riusciti a riportare in produzione quasi il 63 per cento dei duecento ettari degli appezzamenti agricoli. La terra ci restituisce molti prodotti che distribuiamo presso il nostro spaccio, il circuito dei gas e dei mercati contadini ottenendo dei proventi con cui è stato possibile sistemare le quattro strade comunali e fare dei lavori di manutenzione alle abitazioni”, racconta Antonio, uno dei ragazzi del progetto invitato al centro sociale La Torre per descrivere cosa sia Mondeggi.

Buona parte dei terreni sono infatti stati destinati alla coltura dell’orzo e del grano, poi trasformati rispettivamente in birra e pane. Su altri poderi ci sono un frutteto, degli orti, lo zafferano e si producono anche miele e prodotti erboristici. L’attività agricola più importante, però, è il Mo.Ta. (Mondeggi Terreni Autogestiti). “Almeno trecento persone partecipano all’assemblea del Mo.Ta e si occupano delle particelle di oliveta loro affidate. In questo modo non solo è stato possibile salvare diverse piante di olivo, ma si è creata una partecipazione attiva alla vita della tenuta – prosegue Antonio – Se oggi Mondeggi esiste e resiste come comunità, il merito è soprattutto delle persone che attraversano questo luogo sentendosene parte. Senza la gente non avremmo fatto niente e la terra- questo ci teniamo a ricordarlo- è di tutti quelli che vogliono coltivarla”.

Ma come ogni sogno in grado di poter restituire una realtà “bella e rivoluzionaria”, c’è sempre qualche incubo pronto a disturbarlo. “Le istituzioni continuano a non voler riconoscere la nostra comunità”- prosegue il giovane attivista -e da mesi cercano in ogni modo di farci terra bruciata attorno. Da qualche tempo poi, la città metropolitana sta raccogliendo delle manifestazioni di interesse per creare un bando ad hoc per l’asta. Ma noi non ci arrendiamo. Da gennaio stiamo organizzando incontri e assemblee pubbliche presso le case del popolo e i circoli della di Firenze. Qui stiamo incontrando la popolazione, invitandola a partecipare alle lezioni libere e gratuite della Scuola Contadina (che si svolgono collaborando anche l’università del capoluogo toscano) – , al Mo.Ta. e a proporre idee che vorrebbero realizzare. Perché senza la gente non si fa niente!”. Al momento, infatti, cinque sono le risposte giunte all’amministrazione fiorentina per un ipotetico acquisto della tenuta: l’azienda vinicola Chianti Ruffino; un privato cittadino; la comunità di Mondeggi Bene Comune; My Group, una società operante nel settore finanziario in sostegno alle imprese; BI Consulting, una società di costruzioni e investimenti immobiliari. Soggetto più accreditato pare sia proprio la Chianti Ruffino, che punterebbe all’agriturismo. Insomma, date le premesse e la tipologia degli acquirenti Mondeggi, come bene comune, sarebbe destinato a sparire; portando via con sé il modello di socialità e partecipazione civica e politica fino ad ora sperimentato.

Difendiamo Mondeggi, difendiamo le esperienze contadine

Mondeggi rappresenta un’esperienza agricola di autogestione, riqualificazione e mutuo soccorso unica. È un esperimento di gestione civica partito dal basso e attento, quindi, a i bisogni della collettività; quale unico soggetto in grado di decidere e agire sul proprio territorio. Seguendo le tracce dell’Ex Asilo Filangieri di Napoli e il Complesso di Montevergini di Palermo – realtà autogestite e formalmente riconosciute dalle rispettive amministrazioni locali -, la Fattoria Senza Padroni ha redatto la “Dichiarazione per la gestione civica di un bene comune”, più volte presentata a una città metropolitana sorda e interessata solo a eventuali proposte speculative. Oltre duecento persone fra ricercatori, giuristi e studiosi anno sottoscritto l’appello promosso da alcuni accademici affinché questo laboratorio di democrazia diretta prosegua lungo la sua strada: sicuramente distante dalla via della speculazione. “Mondeggi è un esempio da conoscere e ripetere in giro per l’Italia, supportandola in ogni modo”, dicono dal Gas Maldonado, che proprio in questi giorni si occupa della distribuzione della melata prodotta nella campagna toscana.

Per ritirare i cibi biologici e genuini provenienti da Mondeggi Bene Comune e da altre realtà contadine presso il “Maldonado”, basta creare il proprio account collegandosi al sito biosolidale.it e recarsi presso il centro sociale Astra in via Capraia 19 (Tufello) dalle 13 alle 19 ogni venerdì.

Per maggiori dettagli, invece, si può scrivere una mail a: gasmaldonado@autistici.org e cliccare “mi piace” sulla pagina facebook.

A Mondeggi, invece, aspettano chiunque abbia voglia di approfondire, imparare o avvicinarsi all’agricoltura per la prima volta con gli incontri della Scuola Contadina. E poi, tutti e tutte al corteo del prossimo 28 aprile quando, durante la tre giorni di Genuino Clandestino, si scenderà per le strade di Firenze a gridare che Mondeggi non è in vendita!

A Camilla la spesa è autogestita

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 21 giugno 2018 sull’inserto “L’Extraterrestre” de Il Manifesto (https://ilmanifesto.it/a-camilla-la-spesa-e-autogestita/)

Reportage. A Bologna nasce il primo market d’Italia dove la grande distribuzione è assente e il consumatore è anche socio-lavoratore

di Alessia Manzi

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E’ il 1973. Negli Usa e nel resto della società occidentale, il sistema capitalistico avanza senza freni. Un gruppo di persone residenti a Brooklyn, famoso quartiere di New York, immagina di aprire un negozio di alimentari in cui i clienti siano allo stesso tempo i proprietari. Qualche turno di lavoro ogni quattro settimane, un risparmio sul prezzo dei prodotti diventano le premesse per un’idea rivoluzionaria: costruire un supermercato alternativo. Più di quarant’anni dopo, The Park Slope Food Coop non è più solo una scommessa ma una cooperativa solidale sostenuta da 17 mila adesioni. Sempre fedele alla propria mission iniziale – «buon cibo a basso costo per i soci lavoratori» – il progetto americano riesce addirittura ad attraversare l’Oceano e ad approdare in Europa.

NEGLI ULTIMI ANNI, complice la crisi sociale ed economica, la formula di Food Coop viene adottata da decine di botteghe presenti in Francia e in Belgio.«Abbiamo guardato con interesse all’esperienza statunitense e anche a La Chouette di Toulouse e alla Bees Coop di Bruxelles. E quindi ci siamo detti: perché non provare? Potrebbe funzionare anche in Italia! E così, nell’attesa di diventare operativi, il prossimo 21 giugno (oggi, nda) taglieremo un primo importante traguardo: firmeremo l’atto di costituzione della cooperativa!» Giovanni Notarangelo è fra i 50 soci fondatori di Camilla. Si tratta del primo emporio italiano di comunità che su proposta di Campi Aperti – associazione per la sovranità alimentare – e del gruppo di acquisto solidale Alchemilla, aprirà in autunno a Bologna.
«Camilla è il frutto di un percorso lungo un anno, costruito attraverso dei tavoli tematici chiamati Cantieri». La progettazione dell’emporio si è sviluppata attraverso cinque gruppi di lavoro (organizzazione, comunicazione, diamo i numeri, produzioni e la buona compagnia), che sono seguiti all’elaborazione della Carta dei principi e degli intenti sottoscritta lo scorso settembre. I contenuti del documento tracciano nettamente la differenza fra l’emporio e un supermercato. Camilla, infatti, non si pone alcuno scopo di lucro ma è una comunità di ricerca delle nuove economie; ispirata all’autodeterminazione alimentare dei popoli e in sostegno all’agricoltura contadina e biologica. «Nell’emporio verranno distribuiti beni di consumo provenienti dalla filiera corta, da realtà sorte per contrastare esperienze di sfruttamento nelle campagne del Sud Italia o prodotti collocati nelle reti del commercio equo solidale. Sugli scaffali della bottega saranno sicuramente presenti le arance di Sos Rosarno e il Ri- Moncello ottenuto con i limoni della Piana di Gioia Tauro, lavorati nella fabbrica recuperata di Ri-Maflow a Milano. O ancora, il caffè verde Tatawelo importato dalle comunità zapatiste del Chiapas».

UN EMPORIO DI COMUNITÀ, NON UN MARKET. Secondo l’ultima indagine portata avanti dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel 2013, il 72% dei prodotti di uso comune è veicolato dalla Grande Distribuzione Organizzata. A partire dagli anni ’80, le catene della distribuzione hanno monopolizzato le filiere alimentari, trasformandole in monocolture e in produzioni industriali. Tutto ciò ha comportato gravi conseguenze: dal danno economico subito dal produttore non allineato ai protocolli della Gdo, fino alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro; a cui si è aggiunto il deturpamento ambientale dovuto alle colture intensive. Un altro risvolto negativo della medaglia è stato l’impoverimento culturale del consumatore medio attorno all’acquisto del cibo; ormai abituato a comprare una confezione di pomodori senza chiedersi quale percorso abbiano affrontato prima di essere esposti nel reparto ortofrutta. Dieci anni dopo, allo scopo di criticare l’attuale stile consumistico e illustrandone il grave impatto sull’ambiente, in Italia prendono forma i Gruppi di acquisto solidale. I Gas accorciano la filiera fra contadini locali e consumatori, favorendo la compravendita di un ottimo cibo biologico rispetto allo stesso invece distribuito in un supermercato. Ma i costi sono più elevati. In una ricerca portata avanti dall’Osservatorio Cores dell’Università di Bergamo sui Gas attivi in Lombardia, a causa dei bassi stipendi solo il 4,4% degli operai e il 2,7% dei disoccupati rientra fra i gassisti.

«Camilla sarà un luogo in cui si proveranno a superare i limiti legati al funzionamento dei Gas e alla distribuzione commerciale dei prodotti nei mercati contadini. Uno spazio dove ognuno potrà sentirsi parte di una comunità e in cui anche chi non dispone di un reddito economico elevato potrà accedere al consumo di cibo genuino e biologico». Come funzionerà? Alla fine del 1800, le società di mutuo soccorso si fondano su solidarietà e cooperazione. Insieme all’autorganizzazione, l’emporio di comunità assume quegli stessi valori. Secondo il patto sociale di autogestione, ogni socio svolge le attività necessarie al funzionamento della cooperativa a titolo gratuito (tre ore di lavoro al mese) e versa una quota di 125 euro per formare il capitale sociale. Per favorire la partecipazione dei soggetti economicamente svantaggiati, la somma potrà essere rateizzata. L’autogestione della bottega su base mutualistica ha intenzione di proporre un’alternativa al rapporto tra lavoro retribuito e lavoro volontario. Chi si impegna in una delle mansioni a scelta della cooperativa ottiene gratificazioni relazionali e personali. Ma anche economiche, poiché il prezzo dei prodotti scende grazie a questo meccanismo. «Nonostante Camilla sia sostenuta da 420 adesioni, non smetteremo di coinvolgere nuove persone in questo progetto», dice Giovanni. E conclude: «Ci auguriamo come l’esempio dell’emporio autogestito possa essere ben presto imitato da altre esperienze sparse lungo lo Stivale. E se questo accadrà, noi saremo ben lieti di offrire il nostro sostegno».

La terra senza padroni di Mondeggi

Questo articolo è stato pubblicato nell’inserto “L’Exraterrestre” de Il Manifesto il giorno 11 gennaio 2018 (https://ilmanifesto.it/la-terra-senza-padroni-di-mondeggi/)

ReportageA Bagno a Ripoli, sulle colline a sud di Firenze, da un’occupazione di terre è nato un singolare esperimento di autogestione e democrazia diretta Che ora rischia di finire all’asta.

di Alessia Manzi

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Fermata Antella, Bagno a Ripoli. La corsa del bus 32, che da Firenze porta sulle colline a sud del capoluogo toscano, si ferma qui. A qualche metro dal capolinea, una lunga salita si inerpica immersa nella campagna avvolta dai colori di un autunno ormai inoltrato. Qualche casa e ancora vigneti, piante di ulivo e un’indicazione: «Mondeggi Bene Comune-Fattoria senza padroni». In fondo a un lungo viale alberato, vicino a un casolare, alcune persone discutono. Una signora scuote la testa: «Ricordate quando ci chiamavano utopisti? Dicevano che avevamo un’idea troppo ambiziosa», rammenta con un to20170503_093441no di voce fermo e rassicurante. «Ci negano un dialogo, impedendoci di esplorare alternative alla vendita», incalza qualcun altro. E aggiunge: «Non vi sosterrà nessuno, mormoravano. Eppure, eccoci qua!» A parlare sono i cittadini del comitato impegnato da anni a recuperare l’abbandonata tenuta medievale di Mondeggi, su cui oggi la città metropolitana di Firenze vorrebbe indire l’ennesima asta per sanare un bilancio pubblico in rosso. «Rendiamo questo posto di tutti e ci accusano di illegalità», borbotta una ragazza. Illegale: l’ente ritiene così l’esperienza di valorizzazione del bene comune spontaneamente portata avanti dal collettivo a cui negli ultimi mesi si sta tentando di fare terra bruciata in qualunque modo. Non a caso, la scorsa estate l’amministrazione ha vietato all’associazione Il Melograno di tenere i campi estivi presso lo spazio, e nega al chiosco dei Giardini della Resistenza di pubblicizzare gli eventi legati alla tenuta. «Ma noi non ci fermiamo», conclude un anziano.

COME SIAMO ARRIVATI FIN QUI? Negli anni ’60 la tenuta di Mondeggi è acquisita dalla Provincia di Firenze. Convertita nell’azienda agricola Mondeggi&Lappeggi srl, nel 2009 fallisce per aver contratto un debito pubblico pari a un milione e mezzo di euro. Nel 2011, il decreto Salva Italia del governo Monti, all’art. 66, segue la stessa logica: alienare il demanio agricolo destinando il ricavato alle casse dello Stato. Nel 2012, sulla scia della campagna Terra Bene Comune promossa da Genuino Clandestino – rete per la sovranità alimentare – allo scopo di rivendicare il libero accesso alla terra, il caso della fattoria è rispolverato da un gruppo di studenti e contadini fiorentini. Incontri, raccolte collettive e un tavolo nazionale sui beni comuni aggregano un numero sempre crescente di persone, strappando la fattoria all’incuria. La grande partecipazione degli abitanti del posto conduce alla stesura del progetto di riappropriazione della tenuta. Una Carta dei principi e degli intenti viene presentato a una città metropolitana indifferente sia all’operato del collettivo che alla mozione del Comune di Bagno a Ripoli, interessato a valutare altre ipotesi rispetto alla vendita della proprietà.

L’ULTIMO WEEK END DI GIUGNO DEL 2014 segna un punto di svolta. Tre giorni di festa e dibattito politico tracciano, per la fattoria, un sentiero lontano dalla compravendita. Ciò che fino a quel momento pareva solo un’utopia, prende finalmente forma. Da quel fine settimana nasce un presidio contadino che, insieme al costante coinvolgimento della popolazione locale, offre stabilità al percorso e si riconosce nella Comunità di Mondeggi. Un laboratorio di autogestione, mutualismo e democrazia diretta si sviluppa all’interno degli spazi riportati in vita, tra una periodica assemblea plenaria e le riunioni agricole. Tra queste c’è il Mo.Ta. (Mondeggi Terreni Autogestiti), un progetto avviato dal comitato fin dall’inizio dell’occupazione e a cui aderiscono 300 «custodi» delle particelle di oliveta e degli orti a loro affidate. Un’iniziativa rilevante per il recupero di 80 dei 180 ettari di terreno su cui si svolgono altri lavori agricoli, come la cura del vigneto da cui si ottiene vino e succo d’uva. In altri poderi della fattoria, la mietitura di antiche varietà di frumento restituisce orzo e grano impiegati nella produzione della birra e del pane a lievitazione naturale, mentre la ricca vegetazione della campagna toscana permette di allevare le api ligustiche, che rendono un miele di ottima qualità. Vicino alle abitazioni, invece, si trovano un frutteto da 400 alberi a varietà frutticole diverse, un orto sinergico e 500 mq dedicati allo zafferano di prima categoria. I terreni, dopo anni di agroindustria, sono adesso coltivati seguendo i canoni dell’agricoltura contadina. Questa tecnica, approfondita nel gratuito scambio delle conoscenze fra esperti e contadini che ogni anno si ritrovano a Mondeggi per la Scuola Contadina, si collega a un’altra disciplina: l’agro-ecologia. Nel rispetto della natura, un importante aspetto è assunto dalla biodiversità; accresciuta dallo scambio di semi presso la Casa delle Sementi e dalla manutenzione di due vivai. Con la lavorazione delle erbe spontanee raccolte nei prati attorno alla tenuta si realizzano saponi, cosmetici, tisane, e alle attività erboristiche si unisce lo studio di discipline distanti dagli interessi delle case farmaceutiche. La distribuzione diretta delle autoproduzioni e degli alimenti avviene in un circuito estraneo alle reti della Grande Distribuzione Organizzata: i mercati contadini di Genuino Clandestino e i gruppi di acquisto solidale, lo Spaccio Popolare Autogestito di Mondeggi e i punti Fuori Mercato. Inoltre, si tengono spesso eventi su temi di attualità, mentre la collaborazione con università italiane e straniere per tesi e dottorati, i laboratori educativi dedicati ai più piccoli, consentono alla masseria di coinvolgere nelle proprie attività anche il mondo dell’istruzione.

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«MONDEGGI RAPPRESENTA un esperimento riuscito di gestione di un bene secondo logiche comunitarie, contro l’individualismo dilagante, solidali, contro l’onnivora competizione, autogestionarie» si legge nell’appello diffuso dal mondo accademico perché la città metropolitana non pubblichi il bando di vendita. «Con l’alienazione, all’esperienza migliorativa si sostituirebbe una società finanziaria che rafforzerebbe il fenomeno di gentrificatione e accentramento della proprietà fondiaria» continua ancora il comunicato, con il quale si chiede alle istituzioni di valutare la proposta contenuta nella Dichiarazione per uso civico redatta dalla comunità. La firma di un armistizio avvierebbe, come già accaduto in altre realtà (l’ex Asilo Filangieri a Napoli, il Complesso Montevergini a Palermo), un iter di riconoscimento che permetterebbe al cammino autogestito di poter serenamente proseguire. “Non chiediamo l’appoggio solo di chi condivide i nostri principi ma anche di coloro che credono nell’importanza di strade non omologate», dicono gli attivisti. E un’ultima richiesta va proprio alla collettività, affinché nel dibattito sui beni comuni, dove illegale è chi difende i bisogni dei cittadini e del territorio dalla speculazione, sappia bene da quale parte stare.