Informazioni su Rebel89

28 anni. Calabrese di nascita. Vivo a Roma, dove sto per laurearmi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Appassionata di sociologia. Mi piace camminare in mezzo ai boschi e sulla spiaggia al tramonto. Mi piacciono le cose semplici come un libro, una coperta e una tazza di the davanti a un camino. Adoro il trekking e la corsa. Viaggiare e cucinare. Nei fine settimana, la mia casa profuma sempre di biscotti appena sfornati. Ho un altro blog su cui parlo di accoglienza e immigrazione. Ogni tanto scrivo su ComuneInfo e Il Manifesto.

Nuovi e vecchi mutualismi

FB_IMG_1524088781477

(Potete leggere questo articolo anche su ComuneInfo. Nuovi e Vecchi Mutualismi

“Sembra una notte, una lunga notte, l’attacco feroce del capitalismo alla nostra società. La crisi morde e prova a disgregare e isolare i piccoli gruppi, provando a far credere come il problema sia il singolo. Davanti a queste difficoltà vogliamo ripartire dal sociale e dal tessuto sociale in cui siamo immersi”. Il convegno “Mutualismo, Pratiche, Conflitto, Autogestione”, che si è svolto a Roma il 7 e 8 aprile, si apre con questa premessa. A parlare è Gaia, attivista di Scup (Sport e Cultura Popolare); lo spazio sociale che ospita l’iniziativa e ha collaborato all’organizzazione dell’evento insieme a FuoriMercato, Edizioni Alegre, Rivista Gli Asini, Communia.

Siamo nel Municipio VII, a pochi passi da Piazza San Giovanni in Laterano e dal quartiere Pigneto. In questo week end riscaldato dal primo sole primaverile, almeno trecento persone provenienti da ogni parte di Italia si sono incontrate per condividere le esperienze mutualistiche cominciate durante questi dieci anni di crisi. Un decennio duro, costellato da governi tecnici e precarietà, diktat e disoccupazione, che non è bastato a fermare la voglia di contrastare i duri tagli inflitti al welfare dalle politiche neoliberiste. Così realtà contadine, spazi sociali, sportelli di mutuo soccorso, reti per l’economia solidale ed esperimenti di inclusione fra migranti e non, nati dal basso, hanno partecipato alla due giorni di discussioni, tavoli di lavoro e plenaria sul tema del mutualismo. Un momento di incontro e confronto molto importante, dove chi da tempo porta avanti il “far da sé” ha deciso di respirare “questa boccata di ossigeno”- come le giornate verranno ripetutamente definite – e accogliere la sfida: creare una concreta alternativa al sistema capitalista e, collettivamente, scrivere un manifesto del mutualismo e per l’autogestione.

20180407_190017-768x576

Uno strumento per ricostruire

Parlare di mutualismo può apparire anacronistico. Eppure, non è affatto così. C’è “una cassetta degli attrezzi nel movimento operaio dell’800”: il mutualismo conflittuale. “Questo, uscendo dalla concezione borghese e abbandonando le radici migliorative – spiega Salvatore Cannavò (Edizioni Alegre) – e legandosi alla resistenza sposando la solidarietà di classe”. Tornare al mutualismo non significa riprendere un ciclo storico ormai concluso. “Vuol dire ripartire dal nostro agire quotidiano – continua ancora Cannavò – senza dimenticare di non doverci sostituire allo Stato: rischieremmo di consegnarci mani e piedi all’assistenzialismo”. Durante il 1800, si sviluppa il concetto di “solidarietà”; un’ideologia definita da Stefano Rodotà come “una nuova rappresentazione del sociale e del politico, che rimodula le forme di intervento pubbliche nel settore sociale”. Fu un tassello necessario allo sviluppo del mutualismo conflittuale. Il movimento dei fasci siciliani “nato su tre presupposti: solidarietà, ricostruzione e crisi – ricorda la professoressa Manuela Patti – le leghe, le case del popolo, le camere del lavoro vengono annoverati fra i principali esempi di mutuo soccorso realizzati in quel periodo. Esperienze, poi, costrette a subire una battuta di arresto per via della Grande Guerra, del Fascismo e della prima Repubblica. Epoche in cui qualunque forma di associazionismo subisce una forte repressione ma il mutualismo, definito dallo storico Carlo De Maria (Rivista Clionet) “come l’anima profonda della democrazia”, trova un rinnovato impulso a partire dal ’68, dal Concilio Vaticano II e dagli anni ’70. Le lotte femministe e per la conquista dei diritti civili, i gruppi di solidarietà internazionale (attuali Ong) appartengono a quei momenti storici che videro gli individui unirsi per raggiungere scopi specifici. Con la crisi dei partiti politici italiani degli anni ’80, altre aggregazioni imboccheranno nuove strade e cammineranno secondo diverse modalità di impegno collettivo e politico. “Oggi la pratica dell’autonomia è uno strumento che ci può essere utile. Autonomia per associarsi, cooperare, sperimentare e migliorarsi pur facendo i conti e talvolta scontrandosi con le strettoie del presente”, conclude De Maria.

Davanti alle complicazioni del nostro quotidiano, il mutualismo si pone una domanda: come possono, le pratiche mutualistiche attivate nei vari progetti, trasformare la società? Un interrogativo, questo, capace di porre sul tavolo una serie di questioni altrettanto rilevanti all’interno delle realtà autogestite. Alcune interessano la ricomposizione di quello che alcuni chiamano un movimento di classe – la classe esiste ma è disgregata -, il lavoro, il conflitto sociale, i rapporti di genere e quelli fra nativi e migranti. Il mutualismo è trasversale e la sua “genealogia femminista” lo dimostra. Ricordando le lotte per l’emancipazione femminile avvenuta nel corso dei secoli, Marie Moise (ricercatrice) aggiunge: “Le subalterne hanno risposto a questo sistema di sfruttamento, che qui è compreso non solo a partire da un’asimmetrica divisione sociale del lavoro, ma anche sessuale e razziale”. Per comprendere quanto ancora sia attuale tale assunto, basta guardare al recente movimento Non Una Di Meno. Al grido “siamo marea”, migliaia di donne hanno riempito le piazze di tutto il mondo contro le violenze e le discriminazioni di genere, molto spesso intrecciate al razzismo e alla mancanza di politiche sociali e lavorative eque. E, in effetti, le battaglie contro lo sfruttamento lavorativo e la rivendicazione di una società più giusta ed equa possibile, non lasciano nessuna intersezione fuori dallo schema dell’agire mutualistico.

Che fare?

Volgendo con uno sguardo al passato è facile notare quanto il mutualismo non sia qualcosa da realizzare partendo da zero. Esiste già. Stimolanti spunti vengono offerti anche dalle esperienze internazionali del Soc (Sindacato Andaluso che all’interno delle sue lotte sindacali non ha accolto solo i l’intervento dello stesso, particolarmente preziosi si sono rivelati i racconti sulle realtà di Marinaleda, Somonte, Cerro y Libertad); del Movimento dei Sem Terra e dell’Association Pour L’Autogestion in Francia. Questi esperimenti dimostrano come sia possibile percorrere un’altra strada. la cui segnaletica porta il nome di mutuo soccorso, solidarietà, cooperazione, riappropriazione e autogestione.

20180407_185529-768x576

“Cambiare il mondo appare difficile. Forse è meglio crearne uno nuovo” esordisce Giovanni di Mondeggi Bene-Comune Fattoria senza Padroni mentre cita Emiliano Zapata e racconta la storia della tenuta fiorentina. A Mondeggi, sulle colline di Firenze, la difesa per un bene comune (un’antica villa fattoria) ha dato modo ai cittadini e alle cittadine di Bagno a Ripoli (città metropolitana di Firenze) la possibilità di dare vita a un vero laboratorio di democrazia diretta e di autogestione. Così, attorno al tema della terra come fonte di relazioni umane e di cibo, è nata una comunità diffusa.

E un altro passo in avanti per cambiare il mondo è stato fatto anche altrove lungo il nostro stivale. Non solo sui colli fiorentini. Lo vediamo nella fabbrica recuperata Ri-Maflow, attorno a cui si è creta una rete economica sociale e rurale (csa, cucine popolari, produzione culturale, gas). E ancora nel lavoro coi migranti svolto dalla Legal Clinic di Roma Tre, di cui durante il convengo Enrica Rigo (docente universitaria e responsabile del progetto) ha illustrato il lavoro. Nel lavoro bracciantile di coloro che giungono in Italia e nativi di Sfruttazero, Sos Rosarno e nei tanti progetti in cui si rivendicano paghe secondo le tariffe salariali previste e il rispetto per la dignità umana; fin troppe volte calpestata nelle campagne italiane. Il cambiamento esiste nell’impegno durante le emergenze (e non solo) delle Brigate di Solidarietà Attiva; negli sportelli legali, nelle nuove forme di sindacalismo. E in FuoriMercato, descritta da Gigi Malabarba come “una rete sostenibile che vuole essere sia ecologica, che sociale e parta dal cibo per creare nuove relazioni sociali. Una rete che sia in grado di organizzare e combinare lotte sindacali e autorganizzate in tutti i campi della nostra società”.

“Tenere la brace accesa”

Se il convegno di aprile ha permesso la conoscenza fra realtà magari fra loro sconosciute e la possibilità di ampliare i ragionamenti attorno alle idee mutualistiche, ora occorre non fermarsi. A partire dalla due giorni, organizzatori e partecipanti hanno individuato quali potrebbero essere le prossime tappe.

La prima guarda alla crescita del mutualismo a partire dai territori. Città e campagna si impegneranno a usare le proprie pratiche per allargare le reti e coordinare realtà diverse, permettendo lo sviluppo delle reti e delle relazioni sui territori. Questa direzione dovrà oltrepassare le differenze spesso identitarie; molte volte paragonabili a barriere utili soltanto a rallentare formazione di movimenti unitari. La seconda proposta, invece, riguarda la sopra citata stesura di un “Manifesto del mutualismo e dell’autogestione” con cui – prendendo spunto dal Manifesto di Genuino Clandestino e dalla Dichiarazione per Uso Civico di Mondegg i- si possa dare maggiore forza ai movimenti che lavorano per l’autodeterminazione dei territori e si oppongono ogni giorno alla grandi opere e agli scempi ambientali; e difendendo e autogestendo i beni comuni. Le prime righe di questo insieme di intenti (il manifesto),destinate a non restare solo teoriche, verranno scritte a partire dalla tre giorni di Genuino Clandestino (27- 29 Aprile, Mondeggi Bene Comune). Un altro appuntamento è previsto a Bologna, all’iniziativa “Vuoti a prendere”, organizzato dal Comitato per la difesa delle Esperienze Sociali (Casa del popolo 20 Pietre, 12 maggio). Da qui, la possibilità di presentare questo iniziale lavoro di nuovo a Mondeggi, durante i tre giorni per il festeggiamento del quarto compleanno della Fattoria senza Padroni.

Ultimo, ma non per questo meno importante obiettivo, è la continuità dei gruppi di lavoro attraverso siti web da usare come strumenti informativi e piattaforme di scambio concreto fra prodotti e servizi; incontri di formazione sui temi affrontati durante il convegno.

Un lungo lavoro per costruire legami concreti è appena iniziato. Un’utopia, adesso, è possibile.

 

A MONDEGGI UN RADUNO SENZA PADRONI

(Questo articolo è stato pubblicato su Il Manifesto, edizione del giorno 21 giguno 2018 https://ilmanifesto.it/a-mondeggi-un-raduno-senza-padroni/)

 

Alternative. Nella fattoria fiorentina in autogestione si incontrano i beni comuni recuperati. Dall’Asilo Filangieri di Napoli alla Cavallerizza di Torino.

2806-pg5-f01

 

Teatri occupati, fattorie senza padroni, demani pubblici strappati alla privatizzazione tornano nelle mani della collettività, e sono trasformati in laboratori di autogestione e mutualismo per rispondere alla crisi economica e al vuoto lasciato da politiche sociali inesistenti. Spazi, dunque, che proprio perché appartengono a tutti svolgono una funzione sociale: quella che Stefano Rodotà definiva come «il potere di una molteplicità di soggetti liberi di decidere sulle categorie di beni che si trovano al centro di una costellazione di interessi». Piccoli o grandi frammenti di città amministrate da gruppi di cittadini che attraverso modelli di democrazia partecipativa escono dalla sfera gestionale di pubblico o privato.

L’autogoverno dei beni comuni genera conflitto con le amministrazioni locali che più volte, in nome di legali profitti privati, non riconoscono legittimo l’impegno di liberi cittadini interessati a recuperare edifici o parchi in disuso.

A NAPOLI, però, l’occupazione dell’ex Asilo Filangieri lancia una sfida al diritto di proprietà riconosciuto dall’ordinamento giuridico italiano. È il 2012 e alcuni lavoratori delle arti e dello spettacolo entrano nei locali dell’ex convento, fino a quel momento utilizzato dalla fondazione Forum delle Culture. Accanto a un lavoro di riqualificazione dell’intera struttura, il collettivo ripesca dal passato il vecchio istituto degli usi civici. Si elabora la prima dichiarazione di uso civico e collettivo di un bene comune da parte della collettività e con questo documento, messo a valore nelle delibere 893/2015 e 446/2016 della giunta De Magistris, il Filangieri e altri sette stabili occupati nell’area della città partenopea vengono riconosciuti bene comune. L’esperienza napoletana dimostra come sia possibile gestire dal basso uno spazio urbano ed è ripresa anche in Piemonte.

A TORINO, nel 2014, un gruppo di cittadini occupa una delle residenze sabaude già patrimonio Unesco dal 1997. È la Cavallerizza Irreale, che il comune intende vendere per rimediare a un bilancio in rosso. L’assemblea di gestione, chiamata Cavallerizza 14:45, rianima giardini e spazi dell’edificio altrimenti chiuso e lo rende un polo culturale indipendente. Intanto, una serie di incontri nazionali sugli usi civici e l’elezione della giunta Appendino portano Cavallerizza Irreale a scrivere una dichiarazione di uso civico dei locali sulla falsariga del Filangieri.

Un’altra interessante esperienza di gestione condivisa è Casa Bettola di Reggio Emilia; una casa cantoniera che dal 2009, tra osteria popolare e sportelli sul diritto all’abitare e sul lavoro, è un bene comune in cui si intrecciano lotte sociali e ambientali. A Napoli e Torino si aggiunge Poveglia, l’associazione nata a Venezia per tutelare l’omonimo isolotto dalla vendita all’asta bandita dall’Agenzia del Demanio. I soci raccolgono 450 mila euro: una cifra che, se non è sufficiente a vincere il bando di vendita, serve a riqualificare un’area dell’isolotto. I cittadini chiedono al Demanio di avere in concessione Poveglia per almeno sei anni, ma non ricevendo alcuna risposta si appellano al Tar del Veneto. E lo scorso marzo il tribunale da ragione ai cittadini: Poveglia non si tocca!

GLI ESPERIMENTI DI AUTOGESTIONE fin qui elencati sono soltanto alcuni fra quelli più conosciuti di un arcipelago dei commons che in Italia è in continua crescita. Luoghi dove l’accezione di bene comune non si ferma alla materialità dello spazio fisico in questione, ma riguarda la possibilità di costruire percorsi capaci di rispondere agli interessi e ai bisogni dei territori. Così come accade a Mondeggi Bene Comune, la Fattoria senza Padroni che da quattro anni custodisce la tenuta dell’antica villa di Mondeggi, che la città metropolitana di Firenze vuole vendere per ripristinare un debito pubblico pari a un milione e mezzo di euro. Dal 2014, un presidio contadino porta avanti i lavori agricoli su 180 ettari di terreno e insieme alla popolazione locale, da sempre coinvolta nelle diverse attività, si riconosce in una comunità diffusa. Nonostante il comitato di Mondeggi abbia presentato una dichiarazione di gestione civica alla giunta fiorentina, le istituzioni continuano a non dialogare con i presidianti, che ritengono essere «fuorilegge».

Proprio sul tema dei beni comuni e della loro gestione condivisa sabato 30 giugno, a partire dalle 10,30, presso Mondeggi Bene Comune si terrà il tavolo di lavoro «Verso una rete nazionale dei Beni Comuni». «Sarà un momento di confronto sulle problematiche interne ed esterne, come le minacce di sgombero, che tutti questi spazi vivono perché gestiti da soggetti informali. Magari mettendo su un pull giuridico e dei fondi da usare per le emergenze legali», spiega Roberto del Comitato di Mondeggi Bene Comune. E conclude: «Pensiamo che questa sia la strada giusta affinché si possa avere maggiore forza nell’interlocuzione con enti e gestori proprietari sordi alle necessità illustrate da chi vive quei territori molte volte sfruttati per interesse privato. Perché non saremo più solo la Fattoria di Mondeggi, ma faremo parte di una comunità molto più ampia che dovranno ascoltare».

Santiago, il Gas e Mondeggi

Questo articolo compare su Comune-info. Pubblicato il 21 marzo 2018 (https://comune-info.net/2018/03/santiago-gas-mondeggi-ribellarsi/)
La nascita di un Gruppo di acquisto solidale, in tempi di mercificazione e austerity, resta una buona notizia. Quando il Gas viene promosso da alcuni spazi sociali in una città ferita come Roma, sceglie di chiamarsi Gas Santiago Maldonado e comincia subito a camminare insieme a un’esperienza straordinaria come la fattoria senza padroni Mondeggi bene comune, appare evidente che l’arte di resistere e creare un mondo nuovo continua a essere coltivata in molti modi. Scrivono i “Maldonado”: “Vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni…”. Ci vediamo al Tufello

di Alessia Manzi

“Lontano dai ritmi alienanti della frenesia cittadina, vogliamo che questo luogo diventi uno spazio di condivisione e in cui trascorrere del tempo tutti e tutte insieme. Crediamo che il compito del nostro Gas non sia solo quello di offrire un servizio al territorio ma crei, invece, un luogo di riflessione e dibattito sulle buone pratiche legate al consumo critico e ai modi alternativi di vivere e rapportarsi. Di mangiare. Un gesto quotidiano, divenuto di routine e compiuto quasi senza pensarci”. È una fredda e uggiosa domenica romana. L’inverno è agli sgoccioli ma al centro sociale La Torre il grigiore della giornata viene spazzato via dalla grinta del Gas Santiago Maldonado e dai suoi messaggi di presentazione. Nato solo qualche mese fa dall’unione di tre noti spazi sociali – Brancaleone, Astra e La Torre -, il nuovo Gruppo di acquisto solidale dedicato alla memoria del giovane argentino scomparso dopo aver lottato al fianco del popolo Mapuche contro gli interessi della Benetton, mostra avere le idee ben chiare del lavoro da svolgere sul territorio romano.

“Sebbene il culto del cibo sano e biologico domini buona parte del mercato alimentare e delle discussioni mainstream, l’etichetta ‘bio’ non sempre è sinonimo di cibi provenienti dalla filiera corta e del rispetto verso il lavoro contadino – spiegano quelli del Gas in un flyer – Dietro a un pomodoro maturato al sole delle campagne foggiane o di un’arancia raccolta nella Piana di Gioia Tauro, tante volte ci sono storie di sfruttamento. Anche per questo vogliamo organizzare incontri sul tema della terra: per ridare dignità al lavoro contadino e raccontare come all’agricoltura si leghino i cambiamenti climatici, lo sfruttamento del lavoro e la tutela dei beni comuni”. E su questi intrecci, i “Maldonado” hanno presentato il loro primo evento. A narrare la propria esperienza di Tierra y Libertad è stata invitata Mondeggi Bene Comune, la Fattoria senza Padroni che si trova sulle colline a sud di Firenze.

Mondeggi: dalla riqualificazione della villa-fattoria alla comunità diffusa

In questi quattro anni di attività, cittadini e studentesse, lavoratrici e contadini – come sanno bene i lettori di Comune -, hanno riportato in vita l’antica villa fattoria di Mondeggi; che negli anni Sessanta la Provincia di Firenze aveva convertito nell’azienda agricola a partecipazione pubblica “Mondeggi&Lappeggi srl”. Nel 2009, però, dopo una cattiva gestione, la società ha dichiarato il fallimento e l’intero patrimonio è stato messo all’asta. Sull’intera tenuta è calato il sipario tirato nuovamente su solo nel 2012, quando sull’onda della campagna “Terra Bene Comune” – lanciata dalla rete Genuino Clandestino in opposizione all’articolo 66 del Decreto Monti (che vorrebbe ripagare i debiti statali vendendo il patrimonio agricolo pubblico – per Mondeggi si è aperta una nuova stagione. “Verso Mondeggi Bene Comune” è il nome del comitato che decide di dare forma a una prima idea di recupero agricolo dell’intera tenuta seguendo i canoni dell’agricoltura contadina e biologica. Semine e raccolte collettive, un incontro nazionale sui beni comuni portano centinaia di persone alla tenuta.

A questo primo, grande, straordinario passo se ne aggiunge uno successivo. È un caldo fine settimana alla fine di giugno del 2014, quando circa venti persone decidono di stabilirsi nei casali della fattoria come “presidio contadino permanente”. Mondeggi Bene Comune comincia il proprio lungo e splendido cammino (leggi anche Una comunità straordinaria).

“Durante questi anni di lavoro siamo riusciti a riportare in produzione quasi il 63 per cento dei duecento ettari degli appezzamenti agricoli. La terra ci restituisce molti prodotti che distribuiamo presso il nostro spaccio, il circuito dei gas e dei mercati contadini ottenendo dei proventi con cui è stato possibile sistemare le quattro strade comunali e fare dei lavori di manutenzione alle abitazioni”, racconta Antonio, uno dei ragazzi del progetto invitato al centro sociale La Torre per descrivere cosa sia Mondeggi.

Buona parte dei terreni sono infatti stati destinati alla coltura dell’orzo e del grano, poi trasformati rispettivamente in birra e pane. Su altri poderi ci sono un frutteto, degli orti, lo zafferano e si producono anche miele e prodotti erboristici. L’attività agricola più importante, però, è il Mo.Ta. (Mondeggi Terreni Autogestiti). “Almeno trecento persone partecipano all’assemblea del Mo.Ta e si occupano delle particelle di oliveta loro affidate. In questo modo non solo è stato possibile salvare diverse piante di olivo, ma si è creata una partecipazione attiva alla vita della tenuta – prosegue Antonio – Se oggi Mondeggi esiste e resiste come comunità, il merito è soprattutto delle persone che attraversano questo luogo sentendosene parte. Senza la gente non avremmo fatto niente e la terra- questo ci teniamo a ricordarlo- è di tutti quelli che vogliono coltivarla”.

Ma come ogni sogno in grado di poter restituire una realtà “bella e rivoluzionaria”, c’è sempre qualche incubo pronto a disturbarlo. “Le istituzioni continuano a non voler riconoscere la nostra comunità”- prosegue il giovane attivista -e da mesi cercano in ogni modo di farci terra bruciata attorno. Da qualche tempo poi, la città metropolitana sta raccogliendo delle manifestazioni di interesse per creare un bando ad hoc per l’asta. Ma noi non ci arrendiamo. Da gennaio stiamo organizzando incontri e assemblee pubbliche presso le case del popolo e i circoli della di Firenze. Qui stiamo incontrando la popolazione, invitandola a partecipare alle lezioni libere e gratuite della Scuola Contadina (che si svolgono collaborando anche l’università del capoluogo toscano) – , al Mo.Ta. e a proporre idee che vorrebbero realizzare. Perché senza la gente non si fa niente!”. Al momento, infatti, cinque sono le risposte giunte all’amministrazione fiorentina per un ipotetico acquisto della tenuta: l’azienda vinicola Chianti Ruffino; un privato cittadino; la comunità di Mondeggi Bene Comune; My Group, una società operante nel settore finanziario in sostegno alle imprese; BI Consulting, una società di costruzioni e investimenti immobiliari. Soggetto più accreditato pare sia proprio la Chianti Ruffino, che punterebbe all’agriturismo. Insomma, date le premesse e la tipologia degli acquirenti Mondeggi, come bene comune, sarebbe destinato a sparire; portando via con sé il modello di socialità e partecipazione civica e politica fino ad ora sperimentato.

Difendiamo Mondeggi, difendiamo le esperienze contadine

Mondeggi rappresenta un’esperienza agricola di autogestione, riqualificazione e mutuo soccorso unica. È un esperimento di gestione civica partito dal basso e attento, quindi, a i bisogni della collettività; quale unico soggetto in grado di decidere e agire sul proprio territorio. Seguendo le tracce dell’Ex Asilo Filangieri di Napoli e il Complesso di Montevergini di Palermo – realtà autogestite e formalmente riconosciute dalle rispettive amministrazioni locali -, la Fattoria Senza Padroni ha redatto la “Dichiarazione per la gestione civica di un bene comune”, più volte presentata a una città metropolitana sorda e interessata solo a eventuali proposte speculative. Oltre duecento persone fra ricercatori, giuristi e studiosi anno sottoscritto l’appello promosso da alcuni accademici affinché questo laboratorio di democrazia diretta prosegua lungo la sua strada: sicuramente distante dalla via della speculazione. “Mondeggi è un esempio da conoscere e ripetere in giro per l’Italia, supportandola in ogni modo”, dicono dal Gas Maldonado, che proprio in questi giorni si occupa della distribuzione della melata prodotta nella campagna toscana.

Per ritirare i cibi biologici e genuini provenienti da Mondeggi Bene Comune e da altre realtà contadine presso il “Maldonado”, basta creare il proprio account collegandosi al sito biosolidale.it e recarsi presso il centro sociale Astra in via Capraia 19 (Tufello) dalle 13 alle 19 ogni venerdì.

Per maggiori dettagli, invece, si può scrivere una mail a: gasmaldonado@autistici.org e cliccare “mi piace” sulla pagina facebook.

A Mondeggi, invece, aspettano chiunque abbia voglia di approfondire, imparare o avvicinarsi all’agricoltura per la prima volta con gli incontri della Scuola Contadina. E poi, tutti e tutte al corteo del prossimo 28 aprile quando, durante la tre giorni di Genuino Clandestino, si scenderà per le strade di Firenze a gridare che Mondeggi non è in vendita!

Calabria. Una terra dove i tumori sono la nuova epidemia

Dal blog Tirreno al veleno

Calabria, terra meravigliosa.” Con un tramonto splendido, un sole che si perde dietro l’orizzonte di un mare limpido e calmo aldilà di una spiaggia incontaminata l’assessorato al turismo presentava la nostra regione. Avvolta in uno splendido scenario incantato, così talmente bello da allontanare qualunque presagio di sventura, devastazione, malattie.
“C’era una volta una fabbrica tessile, un’industria metallurgica e un sistema sanitario in funzione. I calabresi erano persone che scoppiavano di salute, il cancro aveva una bassa incidenza. Tutto andava bene in quel profondo Sud,dove gli stenti e le difficoltà avevano solo leggermente allentato la presa e l’ascesa economica sembrava essere più vicina.”
Ma <<c’era una volta…>> è solo l’incipit di una fiaba, privata del finale “e vissero tutti felici e contenti.” Poi i conti di quel benessere cominciarono a non tornare, e la somma di due più due restituiva sempre cinque. Che cosa stava succedendo? Davvero  tutto stava cambiando così all’improvviso?

Siamo agli inizi del nuovo millennio.
Gli stabilimenti industriali chiudono i battenti e si trasferiscono altrove, nei Paesi dell’Est, in cui sono assicurati profitti maggiori e la manodopera costa meno di una lattina dell’ Estathe.
Riprende ad esserci la fame, la miseria, l’emigrazione verso altre regioni o addirittura alla volta dell’Estero.
La chiusura delle fabbriche ha levato un forte vento: fosse stata solo la raffica della disoccupazione e del cambio di routine nelle vite quotidiane di ciascuno di noi o delle famiglie, che vedono un genitore o parenti, amici intraprendere i “viaggi della fortuna”, forse “avremmo fatto il callo” alla nuova abitudine diversa dalla sveglia alle cinque del mattino per il turno in ospedale, o dal rientro a casa alle sei mattutine dopo aver smontato dalla postazione in fabbrica. Certo, se avessimo messo in conto l’ipotetica fine di un periodo economicamente fiorente, probabilmente avremmo  puntato con serietà al turismo e qualche terreno poteva essere libero dagli ecomostri, magari permettendo ai più volenterosi di tornare a coltivare i campi. Ma tanto è stato: rimpiangere non serve ormai a nulla se non ad essere più vigili, osservando un monito frutto di un passato affatto remoto.
Invece no. Abbiamo dovuto fare i conti con un’altra triste e amara realtà rimasta nascosta per troppo tempo dalla politica locale, collusa con il malaffare. Come da un vaso di Pandora ,oltre alla piaga della ‘Ndrangheta,  ad un’abietta classe dirigente affaccendata nella cura degli interessi del Don Rodrigo di passaggio un’altra preoccupazione si è violentemente destata nell’animo dei calabresi: i tumori.
Un’ombra. Uno spettro si aggira sui nostri territori, toccando luoghi una volta ritenuti talmente puri da non poter neanche lontanamente immaginare l’arrivo di certe patologie, che unite alla prepotente carenza di un’efficace rete sanitaria, rendono ancora più disgraziato il risultato di chi per decenni ha preferito sfruttare e devastare il nostro paesaggio.

Sulla Riviera dei Cedri, quando la Marlane di Praja a Mare (azienda tessile del gruppo Marzotto) nel 2004 cessa la propria attività per trasferirsi nell’Europa dell’Est, tutti i paesi della zona ne sortiscono gli effetti negativi: i negozi chiudono, i giovani si spostano da una città all’altra. Finchè lo stabilimento era in funzione a filare a meraviglia non erano solo i tessuti, ma  anche la vita degli operai e delle operaie e dei commercianti. Peccato la perfezione fosse solo una maschera alle tante storture presenti tra una postazione al filatoio e una vasca per tinteggiare le stoffe. Chi si lamentava era velatamente minacciato “se vai via, non ci mettiamo niente a trovare chi ti sostituisce”: Chi ha sopportato, invece, si è ammalato di cancro. Qualcuno è ancora vivo, molti no. Tumore al seno, ai polmoni, all’apparato digerente sono stati  i “mali” cagionati dalle polveri e dall’amianto presente nei macchinari, dai veleni aspirati sul posto di lavoro e causa di 107 morti bianche per cui, secondo la sentenza ora impugnata in appello, “il fatto non sussiste”.
I decessi tra gli addetti dell’azienda tessile si sono registrati fin dagli anni ’70. Dagli anni ’90 in poi, invece, tante sono state le persone estranee all’industria ma affette dal cancro. Solo qualche anno fa, dopo testimonianze e caparbietà di chi voleva chiarezza su una vicenda giudiziaria durata circa vent’anni, si rilevano anomalie sull’area circostante lo stabile industriale. Si scava, e a qualche metro di profondità sono rinvenuti dei fusti zeppi di materiale tossico. Occorre ricordare come l’ex- Marlane disti una manciata di chilometri dalla spiaggia e ancora oggi ci sono litigi tra l’amministrazione comunale e Marzotto per quanto riguarda la bonifica, più simile ad un’utopia se si procede di questo passo.
Restando in tema di storie operaie, in grado di sfruttare fino all’osso i propri operai e l’ambiente circostante, è d’obbligo saltare sulla costa opposta: a Crotone, sullo Ionio.
Fino al 1999, qui, era presente la Pertusola Sud, principale polo metallurgico della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia, di proprietà prima della Montedison e poi della Enichem (oggi Syndal, gruppo Eni). A Crotone si producevano semilavorati e leghe in zinco. Il d. lgs. n°468/01 dichiara l’area SIN (sito interesse nazionale) e rende necessario un intervento di bonifica sull’ex area industriale e lungo tutta la fascia costiera, oggetto di sversamento illecito di rifiuti.

Area_industriale_di_Pertusola_Sud.jpg

Una foto dello stabilimento ex Pertusola Sud di Crotone (fonte web)

La procura di Crotone avvia l’inchiesta “Black Mountains” che nel 2008 conduce al sequestro di 18 lotti tra i comuni del capoluogo di provincia, Isola di Capo Rizzuto e Cutro. Nelle aree oggetto della confisca sono rinvenuti metalli pesanti come amianto, cadunio, arsenico, piombo, zinco con i quali sono state costruite due scuole, case popolari, altri edifici realizzati proprio con il cubilot (composto da sabbia silicea e loppa giunta dall’altoforno) e dal C.I.C. (Conglomerato Idraulico Catalizzato). Il materiale tossico, adoperato nell’impresa edile, ammonta a circa 350 mila tonnellate. Una cifra alta, proprio come il numero dei malati di cancro del crotonese.

Ai rifiuti prodotti dalle fabbriche dismesse, abbandonati tra l’entroterra e i litorali da padroni assetati di denaro e in accordo con politica e delinquenza, si aggiungono anche le discariche stracolme e malfunzionanti sparpagliate lungo tutto il territorio calabrese, i rifiuti tossici affondati negli abissi del Tirreno o sepolti lungo gli argini dei fiumi, le spiagge, il sottosuolo delle strade dei nostri paesi così apparentemente tranquilli.

Ad Africo, nella Locride, in via Matteotti, su 170 persone 35 si sono ammalate di tumore. E’ stata tristemente intitolata “la strada dei tumori”. In dieci anni si sono contati circa 200 decessi per cancro; tanto che si è costituito un comitato cittadino intento a trovare verità e giustizia per chi è andato via, tutelando anche se stessi e chi verrà. intanto il procuratore della repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ha avviato diverse inchieste e un gruppo di lavoro proprio sui bidoni tossici interrati sull’Aspromonte e nella provincia reggina, affermando come chi insabbi si renda complice della ‘Ndrangheta.  Sempre nel Reggino, a Gioia Tauro, si colloca un altro atroce record per i tumori della nostra regione. Nella Piana di Gioia Tauro, dove sorge un inceneritore e i rifiuti tossici “si trovano sotto ogni albero”,  sono tanti anche i giovani in lotta contro il cancro.
Scorie tossiche ovunque, dunque. Anche sul martoriato Tirreno Cosentino.  Il procuratore capo di Paola, Giordano Bruno, da anni ha dichiarato guerra alle ‘Ndrine della zona, al traffico e allo smaltimento illecito dei rifiuti. Una battaglia combattuta fuori dalle aule dei tribunali anche dai diversi comitati cittadini, sorti lungo tutto il litorale per informare la popolazione e chiedere un ripristino del territorio. Da quando nel 1990, sulle spiagge di Amantea (Cs), si arenò la motonave Jolly Rosso (inviata  nel 1989 a Beirut dal governo italiano, affinchè recuperasse duemila tonnellate di rifiuti tossici prodotti da un’azienda lombarda) carica di materiale radioattivo, l’incidenza dei tumori ha raggiunto picchi altissimi. Paola si è aggiudicata il titolo di “capitale dei tumori”: su 12 mila pazienti, i giovani affetti da neoplasie sono quattro volte di più rispetto alla media nazionale (30/ 34 anni: il 2, 90% contro lo 0,74% italiana).
E l’aumento delle patologie tumorali sta interessando anche i comuni dell’Alto Tirreno Cosentino. E’ il caso  di Tortora,  per esempio, comune al confine con la Basilicata e al centro di un processo relativo ad un impianto di depurazione e smaltimento di rifiuti liquidi non pericolosi sito a San Sago, frazione sorta tra le montagne del Fondo Valle del Noce. Diverse le indagini condotte sul territorio e sulle acque del Fiume Noce e del suo affluente, Pizinno, le cui analisi microbiologiche hanno confermato l’alta presenza di metalli pesanti (amianto, cromo,ecc…) che mette in pericolo non solo la vita degli abitanti, ma si pone contro la direttiva 92/43/CEE che tutela la zona in quanto area SIC (Sito Interesse Comunitario).
A tutto questo bisogna aggiungere le varie discariche illegali sequestrate nel corso degli anni, gli impianti di depurazione obsoleti e guasti, le paventate trivellazioni con cui si procederà alla perforazione e allo stoccaggio sotterraneo dei gas idrocarburi.

images (18)

Una foto della Sila (fonte web)


Se da un lato il carcinoma terrorizza, dall’altro la paura aumenta anche per la mancanza di strutture sanitarie adeguate, che costringe i malati e le malate a varcare i confini calabresi per potersi curare altrove.
Più che di nuove commissioni d’inchiesta sui tumori, come annunciato dal consigliere regionale Pd Bevacqua, abbiamo bisogno della concretizzazione del registro tumori ogni tanto nominato da qualunque giunta, di indagini epidemiologiche e screening oncologici per prevenire il cancro o curarlo appena insorge. E poi.. che riaprissero gli ospedali di confine! Solo in questo modo riusciremo a frenare quella che sta diventando una nuova epidemia.

Riflessione personale: prima di qualunque strategia politica, tattiche e schemi da battaglia navale però utili a dare una direzione più concreta e meno fumosa verso cui orientare i nostri obiettivi e le lotte condotte nelle nostre comunità, a muoverci dovrebbe essere quel senso di giustizia dettato dalla rabbia provata per vedere andare via gli affetti più cari.
Nei momenti bui, inevitabili, (perchè non siamo solo militanti o attivisti ma persone capaci di ascoltare il mondo vivendo la vita anche secondo una prospettiva umana) quando i giorni e i mesi scorrono in fretta trasformandosi in anni, e le assenze iniziano a fare tanto rumore.  quando anche occuparsi di politica appare quasi inutile, mentre la ragione abbandona la testa per lasciare il cuore all’infinità fragilità dell’anima dopo il passaggio della morte… è li che abbiamo bisogno di asciugare le lacrime e di aggrapparci al ricordo di quei sorrisi ora immersi in un sonno profondo, a quelle carezze sognate e cacciare dal vuoto incolmabile di una partenza senza ritorno la forza per dire basta.  Per batterci, nonostante a volte sembri difficile poter parlare con chi ci circonda e avvertiamo un senso di incomprensione.
Per riscattare la memoria di chi è stato ammazzato dai veleni interrati o riversati nelle acque marine e fluviali.
Per riscattare almeno un po’ la nostra stessa vita, che va avanti con il cuore a metà.

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/10/esclusiva-presadiretta-rifiuti-sotto-ogni-albero-di-goia-tauro-ce-fusto-tossico/265135/

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/rassegna-stampa/espresso/uranio-rosso

http://it.wikipedia.org/wiki/Pertusola_Sud

http://www.communianet.org/ambiente/san-sago-nella-valle-del-noce-storia-di-un-fiume-avvelenato

A Camilla la spesa è autogestita

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 21 giugno 2018 sull’inserto “L’Extraterrestre” de Il Manifesto (https://ilmanifesto.it/a-camilla-la-spesa-e-autogestita/)

Reportage. A Bologna nasce il primo market d’Italia dove la grande distribuzione è assente e il consumatore è anche socio-lavoratore

di Alessia Manzi

2106-pg10-f01

E’ il 1973. Negli Usa e nel resto della società occidentale, il sistema capitalistico avanza senza freni. Un gruppo di persone residenti a Brooklyn, famoso quartiere di New York, immagina di aprire un negozio di alimentari in cui i clienti siano allo stesso tempo i proprietari. Qualche turno di lavoro ogni quattro settimane, un risparmio sul prezzo dei prodotti diventano le premesse per un’idea rivoluzionaria: costruire un supermercato alternativo. Più di quarant’anni dopo, The Park Slope Food Coop non è più solo una scommessa ma una cooperativa solidale sostenuta da 17 mila adesioni. Sempre fedele alla propria mission iniziale – «buon cibo a basso costo per i soci lavoratori» – il progetto americano riesce addirittura ad attraversare l’Oceano e ad approdare in Europa.

NEGLI ULTIMI ANNI, complice la crisi sociale ed economica, la formula di Food Coop viene adottata da decine di botteghe presenti in Francia e in Belgio.«Abbiamo guardato con interesse all’esperienza statunitense e anche a La Chouette di Toulouse e alla Bees Coop di Bruxelles. E quindi ci siamo detti: perché non provare? Potrebbe funzionare anche in Italia! E così, nell’attesa di diventare operativi, il prossimo 21 giugno (oggi, nda) taglieremo un primo importante traguardo: firmeremo l’atto di costituzione della cooperativa!» Giovanni Notarangelo è fra i 50 soci fondatori di Camilla. Si tratta del primo emporio italiano di comunità che su proposta di Campi Aperti – associazione per la sovranità alimentare – e del gruppo di acquisto solidale Alchemilla, aprirà in autunno a Bologna.
«Camilla è il frutto di un percorso lungo un anno, costruito attraverso dei tavoli tematici chiamati Cantieri». La progettazione dell’emporio si è sviluppata attraverso cinque gruppi di lavoro (organizzazione, comunicazione, diamo i numeri, produzioni e la buona compagnia), che sono seguiti all’elaborazione della Carta dei principi e degli intenti sottoscritta lo scorso settembre. I contenuti del documento tracciano nettamente la differenza fra l’emporio e un supermercato. Camilla, infatti, non si pone alcuno scopo di lucro ma è una comunità di ricerca delle nuove economie; ispirata all’autodeterminazione alimentare dei popoli e in sostegno all’agricoltura contadina e biologica. «Nell’emporio verranno distribuiti beni di consumo provenienti dalla filiera corta, da realtà sorte per contrastare esperienze di sfruttamento nelle campagne del Sud Italia o prodotti collocati nelle reti del commercio equo solidale. Sugli scaffali della bottega saranno sicuramente presenti le arance di Sos Rosarno e il Ri- Moncello ottenuto con i limoni della Piana di Gioia Tauro, lavorati nella fabbrica recuperata di Ri-Maflow a Milano. O ancora, il caffè verde Tatawelo importato dalle comunità zapatiste del Chiapas».

UN EMPORIO DI COMUNITÀ, NON UN MARKET. Secondo l’ultima indagine portata avanti dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel 2013, il 72% dei prodotti di uso comune è veicolato dalla Grande Distribuzione Organizzata. A partire dagli anni ’80, le catene della distribuzione hanno monopolizzato le filiere alimentari, trasformandole in monocolture e in produzioni industriali. Tutto ciò ha comportato gravi conseguenze: dal danno economico subito dal produttore non allineato ai protocolli della Gdo, fino alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro; a cui si è aggiunto il deturpamento ambientale dovuto alle colture intensive. Un altro risvolto negativo della medaglia è stato l’impoverimento culturale del consumatore medio attorno all’acquisto del cibo; ormai abituato a comprare una confezione di pomodori senza chiedersi quale percorso abbiano affrontato prima di essere esposti nel reparto ortofrutta. Dieci anni dopo, allo scopo di criticare l’attuale stile consumistico e illustrandone il grave impatto sull’ambiente, in Italia prendono forma i Gruppi di acquisto solidale. I Gas accorciano la filiera fra contadini locali e consumatori, favorendo la compravendita di un ottimo cibo biologico rispetto allo stesso invece distribuito in un supermercato. Ma i costi sono più elevati. In una ricerca portata avanti dall’Osservatorio Cores dell’Università di Bergamo sui Gas attivi in Lombardia, a causa dei bassi stipendi solo il 4,4% degli operai e il 2,7% dei disoccupati rientra fra i gassisti.

«Camilla sarà un luogo in cui si proveranno a superare i limiti legati al funzionamento dei Gas e alla distribuzione commerciale dei prodotti nei mercati contadini. Uno spazio dove ognuno potrà sentirsi parte di una comunità e in cui anche chi non dispone di un reddito economico elevato potrà accedere al consumo di cibo genuino e biologico». Come funzionerà? Alla fine del 1800, le società di mutuo soccorso si fondano su solidarietà e cooperazione. Insieme all’autorganizzazione, l’emporio di comunità assume quegli stessi valori. Secondo il patto sociale di autogestione, ogni socio svolge le attività necessarie al funzionamento della cooperativa a titolo gratuito (tre ore di lavoro al mese) e versa una quota di 125 euro per formare il capitale sociale. Per favorire la partecipazione dei soggetti economicamente svantaggiati, la somma potrà essere rateizzata. L’autogestione della bottega su base mutualistica ha intenzione di proporre un’alternativa al rapporto tra lavoro retribuito e lavoro volontario. Chi si impegna in una delle mansioni a scelta della cooperativa ottiene gratificazioni relazionali e personali. Ma anche economiche, poiché il prezzo dei prodotti scende grazie a questo meccanismo. «Nonostante Camilla sia sostenuta da 420 adesioni, non smetteremo di coinvolgere nuove persone in questo progetto», dice Giovanni. E conclude: «Ci auguriamo come l’esempio dell’emporio autogestito possa essere ben presto imitato da altre esperienze sparse lungo lo Stivale. E se questo accadrà, noi saremo ben lieti di offrire il nostro sostegno».

La terra senza padroni di Mondeggi

Questo articolo è stato pubblicato nell’inserto “L’Exraterrestre” de Il Manifesto il giorno 11 gennaio 2018 (https://ilmanifesto.it/la-terra-senza-padroni-di-mondeggi/)

ReportageA Bagno a Ripoli, sulle colline a sud di Firenze, da un’occupazione di terre è nato un singolare esperimento di autogestione e democrazia diretta Che ora rischia di finire all’asta.

di Alessia Manzi

20171022_180454.jpg

Fermata Antella, Bagno a Ripoli. La corsa del bus 32, che da Firenze porta sulle colline a sud del capoluogo toscano, si ferma qui. A qualche metro dal capolinea, una lunga salita si inerpica immersa nella campagna avvolta dai colori di un autunno ormai inoltrato. Qualche casa e ancora vigneti, piante di ulivo e un’indicazione: «Mondeggi Bene Comune-Fattoria senza padroni». In fondo a un lungo viale alberato, vicino a un casolare, alcune persone discutono. Una signora scuote la testa: «Ricordate quando ci chiamavano utopisti? Dicevano che avevamo un’idea troppo ambiziosa», rammenta con un to20170503_093441no di voce fermo e rassicurante. «Ci negano un dialogo, impedendoci di esplorare alternative alla vendita», incalza qualcun altro. E aggiunge: «Non vi sosterrà nessuno, mormoravano. Eppure, eccoci qua!» A parlare sono i cittadini del comitato impegnato da anni a recuperare l’abbandonata tenuta medievale di Mondeggi, su cui oggi la città metropolitana di Firenze vorrebbe indire l’ennesima asta per sanare un bilancio pubblico in rosso. «Rendiamo questo posto di tutti e ci accusano di illegalità», borbotta una ragazza. Illegale: l’ente ritiene così l’esperienza di valorizzazione del bene comune spontaneamente portata avanti dal collettivo a cui negli ultimi mesi si sta tentando di fare terra bruciata in qualunque modo. Non a caso, la scorsa estate l’amministrazione ha vietato all’associazione Il Melograno di tenere i campi estivi presso lo spazio, e nega al chiosco dei Giardini della Resistenza di pubblicizzare gli eventi legati alla tenuta. «Ma noi non ci fermiamo», conclude un anziano.

COME SIAMO ARRIVATI FIN QUI? Negli anni ’60 la tenuta di Mondeggi è acquisita dalla Provincia di Firenze. Convertita nell’azienda agricola Mondeggi&Lappeggi srl, nel 2009 fallisce per aver contratto un debito pubblico pari a un milione e mezzo di euro. Nel 2011, il decreto Salva Italia del governo Monti, all’art. 66, segue la stessa logica: alienare il demanio agricolo destinando il ricavato alle casse dello Stato. Nel 2012, sulla scia della campagna Terra Bene Comune promossa da Genuino Clandestino – rete per la sovranità alimentare – allo scopo di rivendicare il libero accesso alla terra, il caso della fattoria è rispolverato da un gruppo di studenti e contadini fiorentini. Incontri, raccolte collettive e un tavolo nazionale sui beni comuni aggregano un numero sempre crescente di persone, strappando la fattoria all’incuria. La grande partecipazione degli abitanti del posto conduce alla stesura del progetto di riappropriazione della tenuta. Una Carta dei principi e degli intenti viene presentato a una città metropolitana indifferente sia all’operato del collettivo che alla mozione del Comune di Bagno a Ripoli, interessato a valutare altre ipotesi rispetto alla vendita della proprietà.

L’ULTIMO WEEK END DI GIUGNO DEL 2014 segna un punto di svolta. Tre giorni di festa e dibattito politico tracciano, per la fattoria, un sentiero lontano dalla compravendita. Ciò che fino a quel momento pareva solo un’utopia, prende finalmente forma. Da quel fine settimana nasce un presidio contadino che, insieme al costante coinvolgimento della popolazione locale, offre stabilità al percorso e si riconosce nella Comunità di Mondeggi. Un laboratorio di autogestione, mutualismo e democrazia diretta si sviluppa all’interno degli spazi riportati in vita, tra una periodica assemblea plenaria e le riunioni agricole. Tra queste c’è il Mo.Ta. (Mondeggi Terreni Autogestiti), un progetto avviato dal comitato fin dall’inizio dell’occupazione e a cui aderiscono 300 «custodi» delle particelle di oliveta e degli orti a loro affidate. Un’iniziativa rilevante per il recupero di 80 dei 180 ettari di terreno su cui si svolgono altri lavori agricoli, come la cura del vigneto da cui si ottiene vino e succo d’uva. In altri poderi della fattoria, la mietitura di antiche varietà di frumento restituisce orzo e grano impiegati nella produzione della birra e del pane a lievitazione naturale, mentre la ricca vegetazione della campagna toscana permette di allevare le api ligustiche, che rendono un miele di ottima qualità. Vicino alle abitazioni, invece, si trovano un frutteto da 400 alberi a varietà frutticole diverse, un orto sinergico e 500 mq dedicati allo zafferano di prima categoria. I terreni, dopo anni di agroindustria, sono adesso coltivati seguendo i canoni dell’agricoltura contadina. Questa tecnica, approfondita nel gratuito scambio delle conoscenze fra esperti e contadini che ogni anno si ritrovano a Mondeggi per la Scuola Contadina, si collega a un’altra disciplina: l’agro-ecologia. Nel rispetto della natura, un importante aspetto è assunto dalla biodiversità; accresciuta dallo scambio di semi presso la Casa delle Sementi e dalla manutenzione di due vivai. Con la lavorazione delle erbe spontanee raccolte nei prati attorno alla tenuta si realizzano saponi, cosmetici, tisane, e alle attività erboristiche si unisce lo studio di discipline distanti dagli interessi delle case farmaceutiche. La distribuzione diretta delle autoproduzioni e degli alimenti avviene in un circuito estraneo alle reti della Grande Distribuzione Organizzata: i mercati contadini di Genuino Clandestino e i gruppi di acquisto solidale, lo Spaccio Popolare Autogestito di Mondeggi e i punti Fuori Mercato. Inoltre, si tengono spesso eventi su temi di attualità, mentre la collaborazione con università italiane e straniere per tesi e dottorati, i laboratori educativi dedicati ai più piccoli, consentono alla masseria di coinvolgere nelle proprie attività anche il mondo dell’istruzione.

20170701_192540.jpg

«MONDEGGI RAPPRESENTA un esperimento riuscito di gestione di un bene secondo logiche comunitarie, contro l’individualismo dilagante, solidali, contro l’onnivora competizione, autogestionarie» si legge nell’appello diffuso dal mondo accademico perché la città metropolitana non pubblichi il bando di vendita. «Con l’alienazione, all’esperienza migliorativa si sostituirebbe una società finanziaria che rafforzerebbe il fenomeno di gentrificatione e accentramento della proprietà fondiaria» continua ancora il comunicato, con il quale si chiede alle istituzioni di valutare la proposta contenuta nella Dichiarazione per uso civico redatta dalla comunità. La firma di un armistizio avvierebbe, come già accaduto in altre realtà (l’ex Asilo Filangieri a Napoli, il Complesso Montevergini a Palermo), un iter di riconoscimento che permetterebbe al cammino autogestito di poter serenamente proseguire. “Non chiediamo l’appoggio solo di chi condivide i nostri principi ma anche di coloro che credono nell’importanza di strade non omologate», dicono gli attivisti. E un’ultima richiesta va proprio alla collettività, affinché nel dibattito sui beni comuni, dove illegale è chi difende i bisogni dei cittadini e del territorio dalla speculazione, sappia bene da quale parte stare.